23 GIUGNO / 28 OTTOBRE 2012

A cura della Fondazione Palazzo Albizzini e Gianluca Marziani
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Maurizio Calvesi: […] tutta l’opera di Burri mi appare a un tratto come l’incontro esaltato di un rosso e di un nero. Sprigiona una gran forza, da questa costrizione dell’uno nell’altro, dell’uno verso l’altro, del simbolo spalancato e vitale dell’uno, il rosso, verso il simbolo occluso, terminale dell’altro.
Ma è come se mi si chiarisse, allora, che questa esaltata intesa di bellezza, occulta nella realtà del profondo una contesa: quasi che un’infiammata violenza affermativa volesse aggredire il muro del negativo, sfondare la sua chiusa, il suo diaframma oscuro di mistero.
E quel lungo, combattivo, prelibatamente atroce percorso, scorgo alle ultime sequenze del cerebrale film, che si conclude in un esito: come ogni pur armonioso e autentico organismo si sviluppa infatti tra un principio e una fine. Non come l’uniforme sequenza di artisti monocordi. Ha una fine, un esito, una sua conclusione. E il nero ha avuto qui il sopravvento, l’inevitabile sopravvento.
[…]Del resto se ora, da questa eccelsa sinfonia di chiusura rimbalzo all’ouverture strepitosa dei sacchi, appare ben chiara la stabilità di una costante: accanto al “timbro” (del rosso, del nero, del bianco; degli alti e dei bassi) la sua pittura ha sempre assunto, a più sommesso ma non subordinato riscontro, tonalismi, a cominciare proprio dai magistrali, anzi protagonistici accordi di toni dei sacchi o dei legni. Quei toni, che erano allora fermentanti, tornano nella stagione finale (autobiografica?) dei cellotex, come depositati, accordati in un tenue dislivello di luce. Di luce che spengendosi non cessa di emanare la propria intensità d’esistenza partecipata e le proprie vibrazioni attinte al profondo.