A cura di Gianluca Marziani e Paolo Galli
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Gehard Demetz ha ideato una tecnica peculiare per le sue opere in tiglio: il blocco che scolpisce è composto da piccoli pezzi, alcuni di questi vengono tolti creando degli spazi vuoti. La scultura è lavorata mantenendo queste lacune che creano un effetto visivo nuovo, un piccolo disturbo nella lettura dell'insieme. A cui si aggiunge il forte contrasto tra la visione frontale della sagoma definita rispetto alla parte posteriore che lascia intravedere le parti di legno grezzo.
Le opere in bronzo inaugurano un percorso parallelo, intrapreso nel 2009. Le figure sono il calco di quelle in legno. Il materiale metallico, però, dona nuove caratteristiche e una diversa consistenza ai bambini ritratti. La silhouette diviene compatta, omogenea e non più intermittente. Per richiamare l'effetto del non finito Demetz ha scelto di non rimuovere le sbavature dei tubicini e dei chiodi usati nel processo di fusione.
I soggetti sono in gran parte bambini…
Scrive Marco Meneguzzo: "Demetz non è uno psicologo infantile, è uno scultore. I suoi bambini non sono bambini, sono sculture di bambini. Perché allora la tentazione di parlare solo dell’infanzia è così forte, così prevalente sul resto?
Perché il soggetto scelto è così simbolicamente potente e così retoricamente gravido che tende a far dimenticare l’artificio che lo mette in scena, così come una storia naturalmente commovente fa passare in secondo piano i modi e i termini in cui viene narrata. L’infanzia (non l’adolescenza, si badi) è un tabù di cui non si può parlare se non in termini retorici: è per questo che è un’età estranea, indicibile, ineffabile".
Scrive Cecilia Antolini: “…I volti delle sculture infantili sono stati a lungo caratterizzati da un rapporto ambiguo con l’età adulta in una relazione a tratti analogica a tratti oppositiva che costantemente ne accentuava il carattere irrisolto. In casi particolari l’artista ha scelto di esasperare questa dinamica, esplicitando nelle sembianze infantili i tratti di personaggi epocali della storia del Novecento. Sopra gracili corpi composti, con le camicie garbatamente abbottonate, ritroviamo così i lineamenti di Mao, quelli di Hitler e di John F. Kennedy. Sfidando un atteggiamento quasi pop cui sa comunque, saggiamente, resistere, Demetz trascina all’eccesso il punto critico che gli interessa: ciò che non è ancora pur essendo sempre stato, l’eco nietzscheana del “diventa ciò che sei” con le sue valenze tanto positive, di auspicabile e possibile coglimento reale di se stessi, quanto negative, nell’eventuale condanna di un destino già scritto…”

