27 GIUGNO | 27 SETTEMBRE 2015

A cura di Gianluca Marziani e Museo Emblema
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Un viaggio antologico nella pittura di Salvatore Emblema (1929-2006), artista campano amato da Giulio Carlo Argan e Palma Bucarelli, noto per l’utilizzo coerente della tela grezza e dei pigmenti naturali, ricreati in un rapporto di profonda filiazione con la potenza del paesaggio vesuviano. Un artista che ha intuito nuove relazioni tra il quadro, gli spazi e il valore modulabile della luce.

L’artista campano disse un giorno: “Io appartengo alla luce”, ragionando su una vertigine metafisica che avrebbe segnato la sua visione della Natura, il suo legame con lo spazio abitabile, le sue campiture di colore mutevole. Emblema decise presto che tutto ruotava attorno alla LUCE, la pittura stessa era questione di luce, così come lo sguardo esisteva nel suo legame retinico con la luce. Si trattava di un viaggio a ritroso lungo il margine della Storia, un anelito alle origini della figura primordiale, verso lo scheletro cromatico che precede ogni abito della figurazione visiva.

Partiamo dalla superficie, la fatidica tela su cui, da sempre, si ripete il misfatto universale del dipingere. Per Emblema il materiale aveva rilevanza autonoma, non era più soltanto un contesto di avvenimenti luminosi ma un testo espressivo, una geografia e al contempo un corpo geografico. La trama doveva mostrarsi nel suo abito arcaico e odoroso, evidenziare la fibra e il colore grezzo, affermando, al contempo, la sua distanza dal tempo storico e dallo spazio univoco. Pochi artisti hanno ragionato in modo altrettanto rigoroso, dichiarando un principio poetico e concettuale attorno alla riduzione drastica degli elementi.

Emblema aveva deciso negli anni Cinquanta che la pittura poteva fare a meno della pittura. Nel senso che il quadro meritava un ragionamento autonomo, relativo alla natura biologica della superficie, del colore, delle materie coinvolte. Era questa un’attitudine diffusa tra maestri informali e difensori del colore poetico come Mark Rothko, Barnett Newman o Clyfford Styll; la stessa che colse Emblema in giovane età, quando soggiornò negli Stati Uniti e scoprì gli esiti drammaturgici di un’astrazione radicale, portata alle massime conseguenze da Jackson Pollock e Yves Klein. Il nostro artista stava anticipando diversi approcci che avrebbero caratterizzato il processo metabolico di Arte Povera, rimanendo però fedele alla geografia del quadro, capendo che il dialogo polifonico con la Natura aveva bisogno di una semplice superficie elettiva, senza necessità di aprirsi alle protesi del reale. Quando inserì foglie secche, leggendo la lezione di Jean Dubuffet, lo fece con tale amalgama da indicare insospettate vie della pittura, verso un poverismo che già splendeva di luce propria. Lo stesso colore, ricreato sul posto con pigmenti e preparazioni autoctone, confermava la personalità radicale, il passo ascetico, la chiave biologica del suo pensiero filosofico. I suoi non erano solo pigmenti ma risultati di un processo empatico con il Vesuvio, con una terra che ti si avvinghia addosso, tenendoti legato da un compromesso atavico e indelebile.

Emblema dipingeva forme elementari: ovali, orizzonti ondulati, rettangoli, geometrie floreali, riquadri, macchie cespugliose, filamenti… tutto ruotava attorno ai codici del paesaggio amato, una lotta incessante tra acqua, terra e fuoco per conquistare la luce, per far nascere un segno luminoso dentro la basilare espressione geometrica. C’era qualcosa di sacrale in questo rito pagano, l’artista si affidava all’ascolto silenzioso degli elementi naturali e si piegava alla direzione del vento, del sole, della pioggia… aveva compreso l’immanenza del Pianeta e la piccolezza degli uomini, così microscopici davanti ad un vulcano dal sonno difficile. Emblema sembrava un cacciatore di scarti planetari, un costruttore di utopie da muro che non sfidava la Natura, cosciente di quanto fragile fosse il gesto umano rispetto al rumore delle placche terrestri o al sommovimento degli oceani.

Salvatore Emblema: “Guardate i miei quadri e vi piace la forma, la pennellata, il colore. Ci vedete un fiore, un corpo, un paesaggio. Ma vi dimenticate di cercare la luce che sta dove io non ho dipinto. Questo capita perché abbiamo una cultura con cui dobbiamo fare i conti. Bisogna trovare una lingua nuova, una nuova cultura.”

Per l'occasione è stato realizzato un libro-catalogo della mostra.