18 DICEMBRE 2010 / 13 FEBBRAIO 2011

A cura di Gianluca Marziani
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Ugo Rambaldi (Spoleto, 1910 – Roma, 1985) si trasferisce giovanissimo a Bologna e collabora, assieme ad Achille Casanova, alla decorazione di alcune chiese come Sant’Antonio a Padova, San Petronio e San Francesco a Bologna, la chiesa degli Scalzi a Venezia. Dal 1928 è a Perugia per diplomarsi presso l’Istituto d’Arte. Dal 1930, presso la cittadina siciliana di Comiso, dirige la Scuola d’Arte e insegna al Liceo Classico. Inizia ad esporre a Spoleto nel 1934, presentando opere che risentono del clima figurativo di Felice Casorati. Tra il 1944 e il 1945 vive tra Spoleto e Roma, impegnandosi nella lotta partigiana, finché nel dopoguerra partecipa alle mostre del Centro Artistico e Culturale del PCI con opere di soggetto sociale, influenzate dal crudo realismo alla Guttuso. Nel 1947 lascia definitivamente la Sicilia per proseguire l’attività didattica a Rieti. Fondatore del Circolo Artistico di Spoleto, nel 1952 organizza la “Prima Mostra Nazionale d’Arte Figurativa Città di Spoleto”. Nel 1953 si stabilisce a Roma per inserirsi nell’ambiente di Villa Massimo. Nel 1954 è tra gli iniziatori del gruppo “I Sei di Spoleto” (Rambaldi, De Gregorio, Raspi, Marignoli, Orsini, Toscano). Dal gruppo, influenzato dalla cultura informale, Rambaldi si staccò per indagare ulteriori possibilità nello sviluppo non solo astratto della pittura. Nel 1967 la personale alla galleria Lo Scalino di Roma segna un solido impegno figurativo che lo accompagnerà in una costante dialettica tra materia, segno e colore. Tra le collettive si ricordano le partecipazioni al Premio Spoleto (dal 1953 al 1959 e nel 1966), al Premio Termoli (1060, 1961), al Premio Michetti (1956) e alla VIII Quadriennale d’Arte di Roma (1960).

Gianluca Marziani, direttore di Palazzo Collicola Arti Visive: “Un bel segnale aprire il progetto Territorio con un artista come Ugo Rambaldi. La mostra che presentiamo, attraverso una selezione di opere significative, omaggia la storia silenziosa di un autore raffinato e talentoso, sensibile ai moti d’avanguardia e al clima morale della sua generazione. Rambaldi ha praticato la pittura con giusta lucidità, senza alcuna enfasi, in sintonia con le molteplici vicende del Novecento, cosciente che tra figurazione e astrazione esisteva un dialogo costruttivo e non dogmatico. Mi piace la sua natura emozionale, la curiosità divagante, l’apertura tematica, il suo mimetismo iconografico, il valore morale delle singole scelte. Mi piace aver scoperto, attraverso l’aiuto della figlia Paola, i suoi diari, documento privato che si intreccia con la vita pubblica e sociale. E poi apprezzo la costante passione per la Donna, raccontata con grazia e sensualità, con l’espressività emotiva dell’occhio carnale che osserva, registra e, soprattutto, ama”.

Scrisse Roberto Melli: “…dolce tristezza rassegnata della sua pittura: ma di interna robusta radice, di profondo senso costruttivo, di ferma presenza: pittura di tono grave, di interiore emozione, schiva di effetti, in cerca di solide strutture e di limpide forme trasfigurate dalla suggestione poetica…”.

Scrisse Giuseppe Selvaggi: “Un artista si guarda e si ammira postumo se riesce a darci il passato come presenza. Anche se non giunge alle rarissime cime dell’invenzione del futuro, dono assoluto, basta alla sua validità presso le generazioni successive l’aver trasmesso la verità sul tempo in cui è vissuto ed ha lavorato, con tensioni, progetti, sicurezze ed incertezze. Certo deve possedere il leale mestiere dell’arte in cui opera. Com’è in Ugo Rambaldi, nella cui produzione ci apprestiamo ad addentrarci”.