A cura di Gianluca Marziani
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La Collezione Collicola diventa terreno di aperto dialogo con un artista. Giovanni Albanese entra nelle sale del Museo Carandente e si inserisce senza spostare nulla dell’allestimento originario. Una rigorosa selezione di lavori, costruita sulla misura tematica di ogni sala, crea legami mai didascalici che accendono note poetiche, lampi emozionali, visioni veggenti. Il filo delle avanguardie dialoga con la sapienza scultorea di Albanese; il passato si riaccende sotto gli stimoli di nuovi incontri; il cortocircuito del connubio rimette in circolo la vitalità indomita delle opere con un’anima.
Albanese appartiene a quei visionari che sanno manipolare la materia senza levarne la memoria e l’identità d’origine. Le opere non si vergognano del proprio scheletro a vista, al contrario si nobilitano assieme agli “abiti” che indossano per la loro seconda esistenza. Capiscono come farsi amare, parlano un proprio codice speciale che ti ammalia in modo lento ma progressivo, fino ad impersonare un ruolo di icona pulsante.
I suoi “pezzi adottivi” rappresentano la natura delle materie prime, l’artificio del manufatto e il lampo del reinventarsi la vita. Opera dopo opera, il puzzle visivo riscrive la nazionalità creativa di un Albanese senza confini. Lo stesso cinema (la regia di “A.A.A. Achille” e “Artisti si nasce”) prende forma dentro la sua arte: ogni volta c’è la sua natura intima che scopre l’energia del comunicare tramite impatti netti ma vellutati.
Le installazioni di Albanese azionano lo spazio scenico, ascoltano la luce e il movimento, creano legami emozionali, fedeli ad una narrazione plastica che accende chiavi morali. E’ come se un cortometraggio in singola sequenza vivesse in forma tridimensionale, spiazzando la rigida freddezza dell’accademismo scultoreo. Il cinema già stava nelle sue visioni d’artista, apparteneva alle molteplici variazioni su metodi e temi coerenti. Passare (momentaneamente e parallelamente) dallo studio alla cinepresa non ha comportato alcuna sfasatura di forma e contenuti. Sarebbe stato più anomalo un film d’artista con codici concettuali e dislessia narrativa. Invece il nostro Albanese ha mantenuto il carattere comunicativo e poetico della sua arte, creando commedie in cui scavare con finezza analitica, verosimili ma anomale come il suo approccio plastico.
Il buio è la sacca amniotica di Albanese, il suo spazio aereo di sviluppo luminoso (non a caso fu l’autore di scenografie e costumi per “Silenzio si nasce”, un intero film ambientato nel ventre materno). Le sue “creature” sono luce pura del movimento, luccichio della meccanica elementare, intensità dell’azione improvvisa. Un attimo fulminante e piombi nel ritmo dell’energia primordiale. La scultura si muove (scheletri gracchianti di calcolatori...), parla (il frigorifero che dice le tabelline, i caschi da parrucchiere che ricordano la Storia...), vola (il Pippo acrobata spericolato, i container blu sul tetto di un autobus incendiato...). Può far male (non mettete le dita tra le ampolle che scaricano fulmini...) ma rendere musicale l’energia pura. Pesare moltissimo (gran parte della sua produzione) eppure volare come una piuma di ferro nuvoloso. Ingombrare ma accarezzare gli ambienti invasi. Alla fine tutto torna. Come oggi. Quando, non certo a caso, il pianoforte infiamma l’atmosfera dalle particelle buie, succhia lo sguardo curioso e diviene il centro tolemaico di un lungo filo creativo. Eccolo: arde nel museo un piano a coda con le sue migliaia di lampadine danzanti. Brucia davanti al pubblico di estintori muti. La bocca nera di quelle bombole non sputa nulla, ormai ipnotizzata dalle note del fuoco fatuo. Gli spettatori in abito rosso stanno in fila, immobili ed estatici col loro monocolo che guarda, soffia e non parla più. La musica dei tasti diventa sonorità subacquea del ferro intonato. Lo spartito invisibile suona la morte impossibile dell’opera d’arte. Il pianoforte, finalmente, si ustiona senza mutilare il proprio respiro.
Nel corso degli anni sono cambiati alcuni codici ma non l’approccio verso il materiale. Molte sculture usano manichini e pupazzi che indicano una crescente centralità della figura umana. Si tratta di personaggi scomodi, obiettivi sensibili della societa contemporanea. Prendiamo i talebani oppure l’adolescente inquieta, due figure paradigmatiche e controverse nel comune immaginario (terrorismo da una parte, turbamento sessuale dall’altra). Da lontano somigliano a tanti loro “simili”, da vicino si rivelano coi loro gesti spiazzanti: ecco i talebani che ballano, ecco la ragazzina che si alza la gonna coi polsi appena fasciati. Dopo una prima lettura “obbligata”, collegabile alla perversione dei media (terrorismo, sesso), capisci che quei gesti rompono ogni certezza per ricrearti il dubbio. L’opera compie il suo excursus ideale, portando messaggi sociali che partono da un codice linguistico e dalla sua rottura estetica.
Le sculture danzanti (talebani e donne col burqa) hanno qualcosa di scardinante nel loro DNA. Intanto parlano di argomenti caldi dei nostri giorni, toccando le zone terroristiche ma senza derive macabre o facilmente riconducibili. Usano l’ironia e il gesto impensabile per raccontarci qualcosa del mondo attraverso il segno fisico della scultura. In un solo istante ribaltano la retorica che i media incollano ad un generico sistema estetico. Dal fatidico 11 settembre 2001 qualsiasi uomo mediorientale con barba lunga passa per un potenziale terrorista, uno su cui far scattare quantomeno il dubbio. Il razzismo comincia così, dal pensiero che divide, da una coscienza che giudica senza sapere. I talebani danzanti vogliono dirci che il giudizio superficiale è sempre molto pericoloso. Al contrario, conta solo la qualità delle idee, la ragione del dialogo aperto, la conoscenza che disvela anziché falsare.
Impossibile non ricordare le opere fiammeggianti, immancabili come una scorta blindata che illumina il viaggio creativo di Albanese. Prima apparivano concentrate dentro gli spazi chiusi: sedie, tavoli, lampade da pavimento o da tavolo, un pianoforte a coda, fino ai quadri con la loro tautologia luminosa. Negli anni si sono “compromesse” con la città, con l’universo (eclisse di sole, stelle…), non tralasciando il codice della forma simbolica (il recente lavoro col cuore). Mantengono costanti i loro caratteri stilistici, spaziando nel loro poetico cortocircuito con le forme prescelte. Tutte hanno una qualità universale, sono oggetti di chiara lettura che puoi interpretare con strumenti aperti. Al contempo non si fermano alla pura forma ma usano il codice aperto per dare un messaggio etico. Appartengono a coloro che sanno dialogare.
Scorro l’intera carriera e vedo una costante imprescindibile: la qualità comunicativa. Albanese gioca per simbologie e molteplici letture ma sempre su forme empatiche. Non inventa strutture criptiche, non aggiunge il superfluo, non annoda i simboli con rituali ideologici o militanti. Le sue visioni amano la luce dentro il buio, il movimento dove tutto si ferma, la poesia sopra gli scarti. L’opera vuole parlare col fruitore, stuzzicarlo nei punti deboli, invitarlo al confronto azzardato. L’arte visiva ragiona con le regole narrative del cinema d’autore: un codice che si apre al pubblico in forme differenti, vicino ai vari target sociali attraverso la capacità multiforme delle immagini in movimento.


