23 GIUGNO / 28 OTTOBRE 2012

A cura di Gianluca Marziani
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La mostra di Michelangelo Galliani è un viaggio in prima classe espositiva, dentro un appartamento nobile che somiglia ad un’infilata di eleganti vagoni. Un’opera per ogni sala, una storia in ogni spazio, un corpo in ognuno degli ambienti che si connettono tra loro con linearità architettonica. La vertigine fluida del contrasto elettrizza l’atmosfera delle sale, come se tutto fosse stato costruito attorno alle opere, come se il tempo storico si annullasse in una visuale alla Sokurov, dove l’opera produce magnetismo impalpabile ma diffuso, riempiendo le sale con la nettezza monolitica del materiale puro.

Galliani agisce da sempre per fratture germinative, secondo una logica del frammento che già esiste nella natura del marmo dopo la cava. Dai singoli blocchi nascono impronte vuote di teste umane, interi corpi che sono vuoto e pieno al contempo, altri corpi come parzialità di forma dentro la massa spigolosa del blocco. La sua umanità contiene passione e dolore, caducità e resistenza, pathos e sentimenti estremi. Quei corpi hanno il segno del tempo collettivo dentro lo spazio della materia; condensano le ragioni del presente in una fisionomia che supera il vincolo geografico, la matrice storiografica, il valore contestuale. Sono corpi ambigui in cui la consistenza muscolare si ribalta in una tensione del vuoto acceso, mescolando leggerezza e potenza, chiaro e scuro, opaco e lucido, riflesso e profondità…

C’è un’opera in mostra che riflette la sua base su una superficie specchiante. Ricorda un iceberg, l’elemento di natura più vicino a ciò che le sculture di Galliani incarnarno. Entrambi sono monoliti possenti, si muovono restando fermi, fondono resistenza e fragilità in una miscela che chiede precise condizioni attorno alla forma. Iceberg e marmo hanno quella nitidezza accecante che trasforma il colore in fisionomia, vivono di liscio e spigoloso cor armoniosa empatia. E’ la natura che esprime potenza, pura e rarefatta come non riesce a noi umani troppo imperfetti. Trovo splendido il sogno umano di lasciare manufatti che replichino la natura con il linguaggio della vita. E trovo necessario che la leggerezza digitale del presente venga bilanciata da impronte solide, fatte di peso specifico e imponenza.

La natura di Galliani risiede nel bucranio, nel corpo sezionato, nel ramo, nelle teste, nel cuore umano, nei molteplici frammenti che disegnano una precisa visione d’autore. La nudità delle forme, poi, sottolinea la sfida ascetica della sua scultura, un esserci nell’essere dove la sottrazione aggiunge intensità e veggenza.

Le sculture in marmo come corpi pulsanti, desiderosi e tenaci, vivi nella loro eterna metafisica. Sembrano chiedere la nostra cura affinché nulla turbi la loro staticità. Vogliono sentirsi protetti da uno sguardo che indaghi le loro posture attraverso le emozioni familiari che l’arte visiva sa indicare. Da qui capirete meglio i fogli in piombo, le basi imponenti, una sorta di casa/barca che fa galleggiare le opere in una navigazione immobile e prolungata. La luce riflessa sui materiali contribuisce al senso di eterno galleggiamento del marmo e della cera, del piombo e dell’acciaio… pensateci bene, non è un caso che i materiali prescelti siano fragili e al contempo duraturi, malleabili a dispetto del loro apparire, figli di una natura che si riproduce nelle materie del sogno umano, del desiderio creativo, dell’energia visionaria.

L’artista emiliano ha capito la natura del museo, il suo limbo tra storia e futuro che proprio nel Piano Nobile origina le visioni più inaspettate e significative. E’ entrato con passo morbido e silenzioso, distribuendo quei corpi in maniera mimetica, cogliendo la natura delle sale, il gioco tra pieni e vuoti, le fascinazioni di luce, i materiali del passato (in particolare il legno di alcuni mobili) e le atmosfere del presente. Lo spettatore vedrà sculture che non sono soltanto installate ma letteralmente inserite nel circuito virtuoso di ogni sala. In un attimo catalizzano l’energia del tempo e aprono varchi di pensiero. Nulla è stato cambiato rispetto agli allestimenti originari, solo le sculture si sono prese una porzione d’aria per riempirla con le loro impronte, i loro immaginari, le loro evocazioni di senso. Quando hai la fortuna di curare mostre del genere, il giro tra le opere ha il pieno sapore del viaggio verso terre ignote, di un’avventura sensoriale che alimenta i pensieri con la forza della scultura.