A cura di Gianluca Marziani e Alexandra Mazzanti
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Due radici generative che portano la memoria su piattaforme temporali delineate: la prima antecedente allo spartiacque del 1945, la seconda legata agli anni Sessanta della ricrescita economica e sociale. Ora il Surrealismo con la sua attitudine visionaria, le sue composizioni complesse, i suoi mondi altri; ora la Pop Art col suo feticismo per corpi e merci, la sua superficialità profonda, i suoi cortocircuiti figurativi. Due modi di ripensare il reale, due vie per leggere le criticità sociali in maniera elaborativa e avanzata, veggente come nelle migliori ipotesi che diventano “movimento”.
POP SURREALISM (in lingua inglese per il rispetto verso le origini californiane del movimento) nasce da uno dei migliori incastri tra quelle forze creative. Una miscela in cui la teoria, sia chiaro, arriva dopo l’approccio inventivo degli artisti, dopo la vena metabolica del modello stilistico, dopo le origini disegnate di una tendenza etica che vede la California come patria elettiva. I riferimenti risultano molti e variamente leggibili: emergono le radici fumettistiche di Robert Crumb, la pittura di Robert Williams e Raymond Pettibon, il pianeta pop di Mel Ramos e John Wesley, gli universi Marvel e DC Comics, le sculture di Paul McCarthy e Mike Kelley, tanto cinema d’animazione (da Walt Disney a Pixar il salto è diretto), Hollywood come mitografia quotidiana, la musica indie targata West Coast, universi underground e overground (la cultura street, le origini del mondo skate narrate da Ed Templeton, la letteratura di scuola Beat, riferimenti come Larry Clark…) ma, soprattutto, emerge Los Angeles come luogo speciale ed estremo, un laboratorio di contrasti insanabili e conviventi, una metropoli dove “highbrow” e “lowbrow” si sono sempre mescolati e influenzati a vicenda. Una città come linfa ispirativa dentro un’America che porta ogni contrasto al massimo grado, fino alla catarsi che esplode sul quadro attraverso arte, cinema, musica e letteratura. Questi quattro piani linguistici appartengono alla natura interna del Pop Surrealism, al suo motore elaborativo e digestivo, ad una metabolizzazione pluricentrica dei riferimenti. L’artista dipinge mondi che contengono montaggio e movimento interno (cinema), matrici implicite di testo e dialogo (letteratura), fino ad un suono nascosto che riguarda l’antagonismo generazionale (musica) con le sue memorie rock. La visione diviene olistica, la pittura comunica con la stessa molteplicità interpretativa che Oliver Stone o Martin Scorsese mettono nel loro cinema in apparenza “popolare”. Il Pop Surrealism è cronaca del quotidiano dentro le sublimazioni fantastiche di una pittura ben congegnata e paziente: purissima visione radicale sul confine tra verità e denuncia.
Molteplici visioni dentro universi in cui ogni artista ritrova la sua geografia elettiva. Variano le atmosfere e gli stili, il carico emotivo e la tensione psicanalitica, i riferimenti personali e le mescolanze plausibili. Non cambia la volontà di raccontarci altri piani del reale, territori ulteriori che appartengono ai surrealismi insinuanti della mente. Come in un giro ideale a Los Angeles, anche il loro mondo narrato si trasforma in un luogo impervio e imprevedibile, attraente e respingente, miscuglio di crudele e sublime, normale e assurdo, morbido e spigoloso. Giorno e notte si compenetrano in una fusione di sentimenti e attitudini: ogni cosa contiene il suo doppio e molto di più, richiama il reale con regole proprie e riconoscibili. Il POP SURREALISM racconta di luoghi e personaggi ideali che incarnano le paure ancestrali, il viaggio onirico, gli archetipi dell’infanzia, le aspirazioni oltre le piattezze del quotidiano. Un territorio d’accoglienza speciale per coloro che rileggono la storia, gli eventi quotidiani, i piccoli e grandi drammi sociali. Una metageografia in cui individuo e società si fondono nelle visioni morali di una pittura emozionale, “classica” e al contempo dissacrante, ben congegnata per tecnica e soluzioni, oltre il vincolo limitante dei generi.
Il POP SURREALISM indica una via empatica che rispecchia lo spirito più contaminato del nostro tempo. Diverse ipotesi figurative che mostrano la visionarietà e il suo plausibile iperrealismo. Paesaggi, corpi, animali, storie, natura, oggetti: è questo il mondo che si misura con la cifra metabolica degli artisti. Un metaspazio dove tutto somiglia all’iperreale ma dove percepisci atmosfere sospese, un senso di attesa spasmodica e silenziosa, di dubbio o pericolo, di silenzi anormali o strani rumori in arrivo. Il meccanismo percettivo è lo stesso di Salvador Dalì, Paul Delvaux o Joan Mirò: prima intravedi lo stadio generale dell’immagine, poi catturi alcuni elementi in evidenza, quindi scivoli nei dettagli nascosti, nei controcampi impliciti, nelle chiavi interpretative, nella giusta misura delle distanze. Il Pop Surrealism parte dalla natura iconografica del Surrealismo, ne imita l’impianto percettivo e sensoriale; però ne evolve lo stadio onirico con una visionarietà fortemente pop, schizoide e mediatica, una specie di acceleratore iconografico degli immaginari tra illustrazione e fumetto. Legare la cultura pop a quella surrealista è stato il punto di svolta del fenomeno: perché questi artisti hanno masticato il lato oscuro del pop, la zona d’ombra del feticismo ironico, i nodi più iconoclasti degli anni Sessanta. Il risultato è un gigantesco mondo parallelo che segue proprie regole ma somiglia al reale che ci circonda. Un’altra realtà che sposta i piani percettivi e sensoriali, ricordandoci i contesti d’appartenenza nella scia fluida di un’avventura senza limiti apparenti.
Attraverso quei flussi surreali ci inoltriamo in una pittura narrativa dal meticoloso impianto figurativo. Il metamondo dei sogni, come ci hanno insegnato Luis Buñuel e René Magritte, evoca il lato spiazzante del plausibile, i lati molteplici dell’esperienza ad uno stadio ulteriore. Un mondo somigliante al nostro che vuole reinventarsi, richiamando e rivoltando certe matrici paesaggistiche, domestiche, individuali. In perfetta sintonia con le radici surrealiste degli anni Trenta, mescolando la visione con le profezie figurative del Pop, gli artisti del nostro viaggio hanno un occhio chiuso ed uno semiaperto. Sembrano in costante movimento tra la registrazione del reale e la sua immediata rielaborazione onirica. Si attaccano alla vitalità pratica del vivere, ai riferimenti tra infanzia e adolescenza, alle aspirazioni morali e alle cronache del quotidiano. Al contempo, debordano nell’inaspettato, toccano le fisionomie del fantastico metropolitano. Ricreano un possibile surrealismo odierno, figlio di un’epoca trasversale, polivalente, elettronica.
Le loro sono storie di anime solitarie che non si perdono, di occhi puntati sul proprio spirito inquieto, di sentimenti estremi e amori incondizionati. Storie di bellezze nascoste e sogni realizzabili, di piccole e grandi utopie a portata delle giuste emozioni. Storie di mondi fantastici e stimolanti, crudeli e contaminati per natura. Storie che si accendono di luci emozionali, visioni prismatiche, accelerazioni magnetiche. O che catturano le zone oscure delle derive inquiete, il dramma nascosto della solitudine, la paura atavica in un posto di adulti famelici.
Immaginari che diventano storie… da vivere come fiabe compresse in cui diamo noi il giusto finale, l’epilogo che più ci piace. Perché mentre cinema, letteratura e musica offrono risposte plausibili al dubbio esistenziale, l’arte visiva crea domande a cui si aggancia il nostro sguardo, rispondendo nella maniera che sentiamo “nostra”. Siamo noi la X del titolo, il frammento finale che valorizza la luce antagonista del POP SURREALISM.



