La pista ciclabile rimovibile, tappeto della forma-pensiero, esempio di “urbage” (urban garbage), diventa una possibilità di potente cortocircuito tra la classicità ed il postmoderno, direi postognicosa, ma non con l’epidermicità di un intervento “a pelle”, estetizzante e riducibile a forma di facile consumo, bensì con l’ambizione di leggere nel portato del postcontemporaneo, direi per paradosso, la monumentalità, la forza di linguaggio possibile ed una via della visione che vuole parlare sullo stesso piano di ciò che nel consueto è inteso come storico. Ovvero, è la ricerca di un linguaggio organico e strutturato a partire dal marginale, che però riveli quanta organicità e prolificità esiste in ciò che è in fondo “derivato” e quasi “scarto“ della vita metropolitana. Non “trash” o semplicemente oggetto “urban” ma la struttura di una scrittura che appartiene al contesto che abbiamo generato nell’ultimo mezzo secolo e che ad una lettura a-pregiudiziale, e visionaria, può rivelare i caratteri di un linguaggio potente e strutturato come quello “classico”. La pista ciclabile è, insieme ai “semafori” e ai “meccanismi geneticamente modificati“, un rivelare quale assonanza possa esistere tra l’arcaico fino all’ideogramma e la scomposizione come dicevo quasi futuristica-reverse di una delle forme più consuete che conosciamo, quella della bicicletta stilizzata. La scrittura che vi è nascosta, l’estetica possibile, le architetture ancestrali che si contaminano con la “spazzatura“ semiotica urbana. Che ovviamente così “spazzatura” non è.
25 GIUGNO 2011 / 30 APRILE 2012